Un intervento ortopedico riuscito non mette sempre la parola fine al percorso di guarigione. Capita che la ferita chirurgica, nelle settimane successive, non tenga: i bordi si riaprono (si parla di deiscenza) e la comparsa di secreto segnala che qualcosa non sta procedendo come dovrebbe. È una complicanza che richiede una gestione tempestiva e, spesso, la collaborazione stretta tra più professionisti.
È quanto accaduto alla paziente di cui racconto in questo caso.
Il caso clinico: frattura del ginocchio e deiscenza della ferita
Nel marzo 2026 giunge alla mia osservazione la sig.ra L.C., 70 anni, coinvolta in un grave incidente stradale mentre attraversava sulle strisce pedonali. Nell’impatto riporta una frattura pluriframmentaria (cioè con più frammenti ossei) del ginocchio sinistro, trattata chirurgicamente con un intervento di osteosintesi: la ricostruzione dell’articolazione tramite placche e viti.
Nel periodo post-operatorio la ferita presenta un cedimento (deiscenza), con fuoriuscita di siero e materiale organico. È in questa fase che, di concerto con l’ortopedico che l’aveva operata, decidiamo di intervenire con la terapia VAC.
Il primo trattamento con terapia VAC
La terapia VAC (Vacuum Assisted Closure) è una tecnica di pressione topica negativa che favorisce la guarigione delle ferite complesse: aspira i fluidi in eccesso e stimola la formazione di nuovo tessuto.
Nell’arco di due-tre settimane iniziano a comparire i risultati attesi: la ferita si deterge (cioè si pulisce dai residui che ostacolano la guarigione), compare tessuto di granulazione — il nuovo tessuto che precede la chiusura della cute — e il dolore si riduce sensibilmente, un aspetto non secondario per la paziente.
Resta però un elemento da monitorare: dalla ferita si intravedono i mezzi di sintesi utilizzati nell’intervento, cioè le placche e le viti. La ferita si chiude quasi completamente, lasciando solo un piccolo forame residuo.
Il reintervento e la recidiva
Considerato che il tessuto osseo appariva ormai consolidato, l’ortopedico decide di procedere a un secondo intervento per la rimozione dei mezzi di sintesi. Dopo questo reintervento, la sig.ra L.C. torna alla mia osservazione per la gestione della ferita, che inizia a presentare nuovamente lo stesso tipo di problema riscontrato la prima volta.
La seconda terapia VAC e la guarigione
Di concerto con l’ortopedico, applichiamo una seconda terapia VAC, questa volta a bassa portata, che porta alla guarigione quasi completa del forame residuo. Al trattamento affianchiamo microiniezioni di aminoacidi e acido ialuronico sui lembi della ferita, insieme a medicazioni avanzate.
Il percorso si conclude con la guarigione completa della ferita, che torna alla sua integrità originaria.
Il risultato
Oggi la sig.ra L.C. sta bene: sta seguendo il suo percorso di fisioterapia e la ferita è stabile e guarita. Questo caso mi sembra un buon esempio della versatilità della terapia VAC: utilizzabile in situazioni diverse, anche a distanza di mesi l’una dall’altra sulla stessa paziente, e capace di integrarsi con altre medicazioni avanzate disponibili oggi.
Se hai una ferita chirurgica che fatica a guarire o presenta segni di deiscenza, non aspettare che la situazione peggiori. Contattami per una valutazione: insieme al tuo medico curante o all’equipe che ti ha operato, valuteremo il percorso di cura più adatto.

